Europa, oltre il piano 2021 — 2027 più integrazione, più coesione, più crescita

Gen 24, 2019

di Gerardo Benuzzi


• Sussi­dio euro­peo di disoc­cu­pa­zione
• Più risorse e nuovi capi­toli di spesa
• Piano di coesione con nuove regole
• Nuovo fondo per le infra­strut­ture con risorse di terzi (Crash Program)

Ci chia­miamo Più Europa e vorrei pertanto dedi­care il mio contri­buto al perché e al come avere più Europa. Siamo tutti orgo­gliosi di difen­dere la Unione Euro­pea e i suoi valori , quindi dobbiamo tutti spin­gere perché essa evolva, si perfe­zioni e, attra­verso un ruolo più forte, aumenti la capa­cità di creare benes­sere a tutti i suoi citta­dini .

Gli obiet­tivi poli­tici che ne deri­vano sono due.

In primo luogo, essere ancora più decisi e convin­centi a far capire alla gente cosa signi­fi­che­rebbe rinun­ciare all’Europa e cosa signi­fi­che­rebbe un’Europa più debole, come desi­de­rano i sovra­ni­sti. Il messag­gio deve arri­vare chiaro e forte, soprat­tutto a chi oggi si è orien­tato all’euroscetticismo.

Un’Europa divisa e scossa da moti nazio­na­li­stici pone temi evidenti di conflitto, peri­co­losi per la pace, nonché espone il nostro paese a indub­bie e pesanti conse­guenze: l’autarchia lasce­rebbe l’Italia (espor­ta­trice e priva di mate­rie prime) debole e indi­fesa commer­cial­mente di fronte al mondo; l’uscita dall’euro provo­che­rebbe ai citta­dini una dram­ma­tica perdita di potere d’acquisto, la fiam­mata dell’inflazione da impor­ta­zione che si gene­re­rebbe, nonché erode­rebbe il rispar­mio privato a favore dello stato debi­tore. Una situa­zione inso­ste­ni­bile di perdita di ricchezza, che tuttora non è perce­pita suffi­cien­te­mente, e su cui biso­gna insi­stere con dovi­zia di esempi e simu­la­zioni

In secondo luogo, proporci di stimo­lare l’Unione Euro­pea e i paesi che la compon­gono ad affron­tare subito il tema di una maggiore inte­gra­zione, non solo dal punto di vista del raffor­za­mento del senso di comu­nità (“sense of toge­ther­ness”) in cui c’è ancore molto da fare (l’ampliamento del programma Erasmus; l’estensione a livello comu­ni­ta­rio di diritti fonda­men­tali, come ad esem­pio il diritto di fami­glia; il rico­no­sci­mento reci­proco dei titoli di studio, e così via), ma anche in campo econo­mico e finan­zia­rio: in altre parole, spin­gen­dola a fare di più sul fronte della coesione e della crescita.

Siamo oggi in una situa­zione congiun­tu­rale di signi­fi­ca­tivo rallen­ta­mento della crescita delle econo­mie euro­pee, e in parti­co­lare di quella italiana, danneg­giata dalla crisi di fidu­cia e dalle aspet­ta­tive nega­tive provo­cate dalle parole e dagli atti dell’attuale governo. C’è biso­gno pertanto oggi, con urgenza, di una Unione Euro­pea più propensa ad aumen­tare il suo bilan­cio, in rela­zione a misure anti­ci­cli­che a soste­gno della crescita e a quelle che hanno come obiet­tivo la conver­genza terri­to­riale delle sue 274 regioni.
In tal senso, vanno seguite in modo attivo e stimo­late ulte­rior­mente — e non combat­tute in maniera miope come vuole fare l’attuale governo — le inizia­tive sul bilan­cio dell’Eurozona avviate dalla dichia­ra­zione di Mese­berg di Merkel e Macron , così come le aper­ture sui temi dell’Unione banca­ria e delle garan­zie sui depo­siti .

Per otte­nere ciò, +Europa deve farsi promo­trice di 4 punti chiave, tesi ad evitare che l’Europa scivoli in una reces­sione e in una crisi, con tensioni finan­zia­rie inso­ste­ni­bili per i paesi con maggiore inde­bi­ta­mento, e di fronte alla quale il tenta­tivo di salvare l’Euro e la stabi­lità finan­zia­ria potrebbe non trovare più il soste­gno neces­sa­rio .

  • proporre l’introduzione del sussi­dio euro­peo di disoc­cu­pa­zione, misura anti­ci­clica per defi­ni­zione , con la fina­lità di omoge­neiz­zare uno degli elementi più impor­tanti di ridu­zione del disa­gio sociale, in un mercato del lavoro conno­tato, rispetto al passato , da muta­menti sempre più rapidi per l’accelerazione dell’evoluzione tecno­lo­gica
  • proporre più risorse e nuovi capi­toli di spesa, che vadano oltre il piano 2021- 2027, predi­spo­sto dalla Commis­sione Euro­pea. Vogliamo maggiore inte­gra­zione in Europa , e tale piano — reso sicu­ra­mente più compli­cato dall’accavallarsi di nuove emer­genze poli­ti­che, quali l’immigrazione e l’uscita del Regno Unito — non riflette tale esigenza, pur presen­tando novità posi­tive.

Il bilan­cio 2021–27 è previ­sto oggi pari a 1135 miliardi a prezzi 2018 (1279 miliardi a prezzi correnti), restando fermo all’1,1% del Pil, mentre — compa­ra­zione signi­fi­ca­tiva — la spesa pubblica degli stati membri è cinquanta volte supe­riore.

Il bilan­cio desti­nato alle poli­ti­che di coesione in senso ampio (i fondi euro­pei di sviluppo regio­nale, sociale, di coesione, fina­liz­zati alla ridu­zione degli squi­li­bri terri­to­riali e delle aree di disa­gio) è previ­sto oggi pari a 330 miliardi, con un calo del 10% a prezzi costanti e parità di peri­me­tro rispetto al periodo 2014–2020.
Per contra­stare la tendenza alla rina­zio­na­liz­za­zione delle poli­ti­che econo­mi­che dei governi sovra­ni­sti, occorre invece ridare all’autorità sovra­na­zio­nale euro­pea il potere di aumen­tare la dimen­sione dei fondi gestiti e di allar­gare la propria capa­cità di spesa a nuovi capi­toli, quali ad esem­pio una difesa comune (che porte­rebbe a indub­bie effi­cienze di spesa pubblica) e l’assicurazione euro­pea sui depo­siti bancari, per garan­tire la prote­zione dei rispar­mia­tori nelle fasi di crisi e a supporto di una vera Unione banca­ria, che oggi ancora non c’è.
Sicu­ra­mente, va rico­no­sciuto alla Commis­sione Euro­pea che nel nuovo piano emer­gono novità impor­tanti nelle linee guida e nelle moda­lità opera­tive. Si agisce in questo piano su cinque filoni tema­tici, ossia quelli rela­tivi a un’Europa più intel­li­gente, più verde, più connessa, più sociale, più vicina ai citta­dini. E sono bensì ottanta le misure di sempli­fi­ca­zione buro­cra­tica nella gestione dei fondi. Biso­gna però andare oltre, per prose­guire davvero il cammino verso un’Europa maggior­mente inte­grata.

C) Proporre all’Unione Euro­pea di attuare coeren­te­mente la poli­tica di coesione attra­verso nuove regole.
Nel nuovo piano, la Commis­sione Euro­pea ha preso atto che i problemi econo­mici e sociali oggi colpi­scono tutti, anche le aree svilup­pate. Negli ultimi anni, i contri­buti dei fondi di coesione sono stati preva­len­te­mente indi­riz­zato ai paesi dell’est, attra­verso un metodo di asse­gna­zione basato essen­zial­mente sul reddito proca­pite (su base regio­nale).

Gli effetti sono visi­bili, e valga solo un esem­pio: il reddito pro capite a parità di potere d’acquisto dei tre paesi baltici (Litua­nia, Letto­nia, Esto­nia), è passato dal 59% della media dell’Unione nel 2010 al 75% nel 2017. E forti miglio­ra­menti hanno carat­te­riz­zato anche Polo­nia (di gran lunga la più bene­fi­ciata dei fondi euro­pei), Rep.Ceca e gli altri paesi di quell’area.

A questo punto, è oppor­tuno sotto­li­neare un concetto impor­tante: va respinta in modo chiaro la visione egoi­sta / nazio­na­li­sta dell’allocazione delle risorse, che la riduce a una pura questione di dare/avere. Chi lo ha fatto — anche nel governo attuale — non sa o fa finta di non sapere che anche gli stati contri­buenti netti trag­gono vantag­gio dagli inve­sti­menti soste­nuti dalle risorse euro­pee in quelle aree, in forma diretta (attra­verso la vendita di beni d’investimento) e in forma indi­retta (attra­verso maggiori scambi commer­ciali). Ciò detto, la Commis­sione propone, nel nuovo piano, un nuovo crite­rio per l’assegnazione dei fondi.

Al reddito pro capite, si aggiun­gono con un peso globale del 19% tre altri fattori: il mercato del lavoro (disoc­cu­pa­zione, livello di istru­zione, ecc.) che vale un 15%, i flussi migra­tori (3%) e i cambia­menti clima­tici (1%) Questo cambia­mento porta nel nuovo piano a una redi­stri­bu­zione parziale di fondi dall’est verso il sud dell’Europa , come è logico, se si guarda al tasso di disoc­cu­pa­zione (per i paesi dell’est compreso tra il 2% e il 7%; per Grecia, Italia e Spagna stabil­mente a due cifre). La mancanza o il diva­rio di crescita, come quella speri­men­tata dal nostro paese e da altri paesi medi­ter­ra­nei, ha impatti sociali e psico­lo­gici in termini di benes­sere perce­pito che sovra­stano quelli dei paesi con reddito pro capite più basso, ma che stanno percor­rendo un sentiero di crescita elevata (Pil Polo­nia +25% tra 2011 e 2017, Pil Esto­nia +30%, solo per fare due esempi). In questa logica, l’Italia, o meglio le aree in soffe­renza del Sud Italia, bene­fi­ciano, nel piano deli­neato ad oggi, di un aumento del 7% delle risorse per la coesione, da 36,2 a 38,6 miliardi. Questa nuova consa­pe­vo­lezza della Commis­sione Euro­pea è però limi­tata, nei suoi effetti pratici , dal fatto che l’applicazione dei nuovi criteri prevede un tetto massimo al cambia­mento rispetto al periodo prece­dente : l’aumento dei fondi di un paese non può supe­rare l’8%, mentre la ridu­zione non può supe­rare il 24% Vista la situa­zione econo­mica e sociale attuale, dobbiamo proporre , a bene­fi­cio non solo del nostro paese, di elimi­nare questi tetti o quanto meno di ampliarne la forbice, per far si’ che la poli­tica di coesione sia compiu­ta­mente aderente alle nuove regole.

Ancora in tema di regole , è oppor­tuna una revi­sione del nesso strin­gente tra utilizzo dei fondi di coesione e la disci­plina finan­zia­ria di bilan­cio. Gli inve­sti­menti soste­nuti da contri­buti euro­pei devono essere cofi­nan­ziati con fondi statali in misura compresa tra il 20% e il 50%, e in base alle regole di disci­plina finan­zia­ria, tali fondi sono conteg­giati tra le uscite ai fini del calcolo del defi­cit pubblico, dovendo quindi essere compen­sati da ridu­zione di altre spese. Orbene, restiamo i primi a criti­care l’attuale governo che finan­zia in defi­cit spese impro­dut­tive e che non aiutano la crescita , siamo i primi a rico­no­scere che la disci­plina finan­zia­ria vada perse­guita, quando si hanno debiti elevati. Ma altret­tanto razio­nal­mente , va preso atto che questo mecca­ni­smo può neutra­liz­zare gli effetti espan­sivi, che si desi­de­rano otte­nere con tali fondi. Per questo , dobbiamo insi­stere a proporre , a bene­fi­cio di tutti, di esclu­dere dal rapporto defi­cit di bilancio/Pil la quota di risorse nazio­nali che cofi­nan­ziano la poli­tica di coesione. In altri termini, evitare che si pena­lizzi la spesa in conto capi­tale di uno stato, che vede negli inve­sti­menti il fattore di crescita più impor­tante per il medio periodo

D) Proporre all’Unione Euro­pea un Crash Program di stimolo alla crescita attra­verso la crea­zione di un fondo aggiun­tivo , desti­nato all’investimento in infra­strut­ture . In rela­zione a quello che potremmo defi­nire un vero e proprio shock posi­tivo da infon­dere all’economia reale, occorre stabi­lire quante risorse aggiun­tive stan­ziare, per fron­teg­giare il dete­rio­ra­mento del trend econo­mico , e come finan­ziarle.

Ebbene , pensiamo che si debba proporre all’Unione Euro­pea, in aggiunta al piano finan­zia­rio 2021- 27, di avviare da subito un piano straor­di­na­rio di inve­sti­menti in infra­strut­ture per un valore di 160 miliardi , attra­verso un nuovo fondo che potremmo chia­mare EFII (Euro­pean Fund for Infra­struc­ture Invest­ment), con progetti da realiz­zare nei primi anni. E’ fonda­men­tale oggi per l’economia euro­pea — lo ripe­tiamo — rice­vere uno stimolo alla crescita , imme­diato e anti­ci­clico, al fine di evitare una nuova crisi finan­zia­ria, di propor­zioni certa­mente supe­riori a quella già vissuta . Le ragioni di un inter­vento straor­di­na­rio sulle infra­strut­ture sono tre La prima e’ la ridu­zione, negli ultimi anni, del peso degli inve­sti­menti in infra­strut­ture in Europa, sino a uno scarso 1,8% del Pil . La seconda è che il Fondo Euro­peo di Inve­sti­mento Stra­te­gico (così come il futuro Inve­stEu), pur avendo avuto effetti posi­tivi, non è in realtà un fondo di finan­zia­mento diretto cash, ma una garan­zia dell’Unione Euro­pea , volta a stimo­lare inve­sti­menti pubblici e privati nella misura di un molti­pli­ca­tore pari a 15 volte il valore della garan­zia stessa (che è stata di 21 miliardi) La terza è creare un’Europa sempre più connessa, con progetti per le reti del trasporto, delle tele­co­mu­ni­ca­zioni e dell’energia . Ad esem­pio, nei trasporti sono stati già indi­vi­duati nove “core network corri­dors” , la cui esecu­zione deve però essere acce­le­rata.

Questo Crash Program avrebbe potenti effetti : — sulla crescita econo­mica , per gli effetti diretti e l’indotto espan­sivo che gene­re­rebbe — sul ribal­ta­mento delle aspet­ta­tive nega­tive oggi preva­lenti e sull’ immis­sione di fidu­cia nel sistema, creando così un circolo virtuoso emula­tivo di ulte­riore crescita.

Rite­niamo che i valori indi­cati siano il minimo per otte­nere tali obiet­tivi e il suo dimen­sio­na­mento sia sempli­ce­mente legato alle fonti di finan­zia­mento . Propo­ste come questa già sono stati analiz­zate e avan­zate in passato, ma non sono state prese in consi­de­ra­zione, per una serie di fattori . Oggi più che mai, occorre invece una forte presa di coscienza sulla neces­sità di questo piano straor­di­na­rio di rilan­cio : in presenza di un tenden­ziale, signi­fi­ca­tivo rallen­ta­mento dei tassi di crescita , è arri­vato il momento di eser­ci­tare e stimo­lare una volontà poli­tica in tal senso.

Anche le forme di finan­zia­mento di tale piano devono essere inno­va­tive. Propo­niamo pertanto il ricorso a fonti preva­len­te­mente esterne di finan­zia­mento , e comun­que senza ricorso a nuovi contri­buti degli stati . La Unione Euro­pea deve dimo­strare di potere agire, uscendo dalla trap­pola degli egoi­smi nazio­nali sui contri­buti da versare e puntare a una sua sempre maggiore auto­no­mia finan­zia­ria e minore dipen­denza da tali contri­buti (che rappre­sen­tano oggi l’80% delle sue entrate). Questo Crash Program può rappre­sen­tarne un test impor­tante .

Si dovrebbe infatti proce­dere al finan­zia­mento su tre fronti, possi­bil­mente : un aumento di capi­tale della Bei (Banca Euro­pea d’Investimento) ; l’utilizzo di parte del capi­tale versato al Euro­pean Stabi­lity Mecha­nism (oggi pari nel totale a 80 miliardi , posti a garan­zia della stabi­lità finan­zia­ria : ma non è anche perse­guire la stabi­lità finan­zia­ria, il rilan­ciare l’economia reale , per preve­nire la crisi ?); l’intervento di isti­tuti bancari, con finan­zia­menti a medio-lungo termine .

Non può essere defi­nito ora il mix tra queste tre forma di finan­zia­mento . Si nota peral­tro che la compo­nente di finan­zia­mento banca­rio potrebbe da sola essere suffi­ciente , se si consi­dera che 160 miliardi rappre­sen­tano poco più dell’1% del totale degli attivi delle undici prin­ci­pali banche euro­pee (escluse quelle inglesi, che pure potreb­bero parte­ci­pare) . Un finan­zia­mento in pool, con un oriz­zonte venten­nale, un ampio periodo di pream­mor­ta­mento , una corretta remu­ne­ra­zione, e otte­nuto attra­verso un patto tra isti­tu­zioni euro­pee e isti­tuti bancari , potrebbe indurre un circolo virtuoso sulle banche stesse, che potreb­bero riuscire ad affran­carsi , almeno parzial­mente , dall’eccessiva concen­tra­zione di titoli dei loro stati nel proprio attivo, evitando gli effetti nega­tivi che possono gene­rare sulla loro stabi­lità.

Si potrà obiet­tare che l’utilizzo della leva finan­zia­ria da parte dell’Unione Euro­pea altro non è che un aumento del debito pubblico totale euro­peo, a livello sovra­na­zio­nale .Ma tale obie­zione verrebbe meno , nel momento in cui l’effetto bene­fico sulla crescita smor­ze­rebbe o annul­le­rebbe il peggio­ra­mento iniziale del rapporto debito /Pil. Non sono da trascu­rare due aspetti signi­fi­ca­tivi ; il primo è legato al rimborso su un oriz­zonte molto lungo ; il secondo è che per tale rimborso potranno essere utiliz­zate anche le risorse deri­vanti da forme di tassa­zione sovra­na­zio­nali, come ad esem­pio la crea­zione di una Digi­tal Tax Euro­pea, che richie­dono più tempo per essere prepa­rate.

Quanto all’allocazione dell’Efii, è evidente che , ad esem­pio, un crite­rio misto “reddito pro capite- tasso di disoc­cu­pa­zione — livello di devia­zione rispetto alla crescita media euro­pea” bene­fi­ce­rebbe signi­fi­ca­ti­va­mente , in modo diretto, il nostro paese e tutti quei paesi , che non riescono a ridurre le proprie sacche di disa­gio sociale e che hanno biso­gno di un ammo­der­na­mento delle proprie infra­strut­ture .

Oggi, più che mai, la volontà poli­tica deve comun­que preva­lere sui problemi tecnici realiz­za­tivi. Si è oggi davanti a un bivio cruciale, nella batta­glia contro i nuovi nazio­na­li­smi : da un lato, una Unione Euro­pea forte, in grado di gestire effi­cien­te­mente un piano di sviluppo multi­forme ed equi­li­brato, per diffon­dere un accre­sciuto benes­sere ai suoi citta­dini ; dall’altro un’Europa debole , dila­niata al suo interno da inte­ressi nazio­nali egoi­stici , e costretta al declino nell’ambito geopo­li­tico mondiale .

Quando diciamo +Europa, diciamo Italia.

Gerardo

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Redazione
Siamo un gruppo di attivisti di +Europa, che intende partecipare al primo congresso del nuovo partito in programma il prossimo gennaio 2019, con tre obiettivi concreti: Superare le divisioni, aprire +E a nuove idee, fare un'Italia riformatrice, liberale e progressista

Il nostro documento programmatico

Cosa ci proponiamo di fare

  • 1

    Aprire +Europa a nuove idee

    Per un nuovo centro politico della società aperta e dell’Italia europea.

  • 2

    Superare le tre associazioni

    Per uno strumento di nuova o rinnovata partecipazione politica per tanti cittadini

  • 3

    Riformatrice, liberale e progressista

    Collaborando con altre forze politiche europee

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