Pensioni, ci stiamo per schiantare? Verso un nuovo modello previdenziale.

Gen 8, 2019

di Domenico Campeglia

Nel 1974, secondo l’Istat, la spesa pensio­ni­stica italiana era pari all’8,15% del prodotto interno lordo e nel nostro Paese si eroga­vano 21,59 pensioni ogni 100 abitanti.

Oggi in Italia si spende in asse­gni pensio­ni­stici oltre il 16% del PIL (abbiamo toccato il 16,8%) e il tasso di pensio­na­mento è quasi raddop­piato, con 39,50 pensioni ogni 100 citta­dini.

La progres­sione è davvero impres­sio­nante: nel 1994 la Banca Mondiale fissava nel 2030 l’anno in cui i Paesi avreb­bero raggiunto l’apice della spesa previ­den­ziale, imma­gi­nando che il limite oltre il quale non si sarebbe mai andati sarebbe stato quello del 16% del PIL.

L’Italia ha raggiunto e supe­rato quel traguardo con ben 20 anni di anti­cipo e il trend è tutt’altro che in discesa, tanto che a oggi nessun Paese Ocse spende quanto noi: il 32,2% della spesa pubblica italiana è assor­bito dalla previ­denza, contro una media dei Paesi avan­zati del 18%. Uno stacco note­vole che è il sintomo di un sistema ormai inso­ste­ni­bile.

La soste­ni­bi­lità presente e futura dell’intero sistema previ­den­ziale non è assi­cu­rata per editto divino, tutt’altro. In un paese che ha smesso da troppo tempo di crescere, con una disoc­cu­pa­zione giova­nile spaven­tosa e una popo­la­zione sempre più anziana, quanto saremo in grado di assi­cu­rare asse­gni adeguati a chi è in pensione oggi e, soprat­tutto, a chi lo sarà domani?

Partiamo da un assunto: i contri­buti previ­den­ziali che ogni santo mese noi paghiamo all’Inps non costrui­scono un gruz­zo­letto per il nostro futuro, ma finan­ziano le pensioni attuali. Sono una forma di tassa­zione, non un rispar­mio. I nostri soldi non ci saranno resti­tuiti con gli inte­ressi matu­rati.

Ad oggi, la “promessa” che la legge ci fa è quella di rico­no­scerci in futuro una pensione para­me­trata a quanto avremo nel frat­tempo versato nel corso della nostra vita attiva.

Ma i para­me­tri del calcolo sono mute­voli e soggetti inevi­ta­bil­mente alle condi­zioni finan­zia­rie contin­genti che nel tempo l’Italia affron­terà e all’andamento del PIL, sulla base del quale si riva­lu­tano i contri­buti versati. Se l’economia sarà florida e produrrà gettito fiscale e contri­bu­tivo, avremo buone pensioni; altri­menti, no.

Tanto è semplice questo assunto, tanto è cruda la sua conse­guenza: chi oggi propone l’abolizione (o meglio, come qual­cuno dice, il supe­ra­mento) della riforma Fornero (e dunque il ritorno a soglie anagra­fi­che di pensio­na­mento più gene­rose) sta irre­spon­sa­bil­mente chie­dendo a chi lavora di pagare più tasse e di acuire il già fragile patto inter­ge­ne­ra­zio­nale.
Con buona pace della crescita econo­mica presente e futura.

Fatta questa premessa, più che dove­rosa per far compren­dere l’attuale scena­rio, il sotto­scritto ha avuto l’onore di ospi­tare in Italia l’ex Mini­stro della Sicu­rezza Sociale cileno José Piñera, arte­fice di una riforma previ­den­ziale in senso priva­ti­stico che ha comple­ta­mente rivo­lu­zio­nato il sistema pensio­ni­stico di quel paese, attuando un sistema “a capi­ta­liz­za­zione”.

José Piñera venne a trovarmi pochi mesi prima dell’uscita di un volume da me curato, che racco­glie decine di saggi redatti da poli­tici, econo­mi­sti, gior­na­li­sti, acca­de­mici, studenti, dal titolo “Pensioni: modello cileno per l’Italia?”, nel quale si cercano di spie­gare i motivi alla base del falli­mento del modello “a ripar­ti­zione” e una possi­bile alter­na­tiva e la rela­tiva attua­zione nel nostro Paese.

Mi rendo conto che una tran­sa­zione completa oggi è estre­ma­mente diffi­col­tosa e richie­de­rebbe non pochi anni per entrare a regime (da cui possiamo capire la dram­ma­tica situa­zione nella quale ci troviamo), ma libe­rare risorse da desti­nare alla previ­denza comple­men­tare è possi­bile.

Sento spesso dire che un lavo­ra­tore dovrebbe essere libero di lasciare il lavoro quando vuole, avendo in cambio un asse­gno previ­den­ziale para­me­trato ai contri­buti pagati.

Tutto ciò è teori­ca­mente inec­ce­pi­bile, ma allo stato dei fatti asso­lu­ta­mente non prati­ca­bile: anzi­tutto, peggio­re­rebbe ulte­rior­mente il rapporto tra lavo­ra­tori paganti e pensio­nati rice­venti, mentre c’è molto biso­gno di ampliare la platea degli occu­pati; poi, fini­remmo per subire il “ricatto morale” di chi, andato in pensione con asse­gni miser­rimi, chie­de­rebbe alla collet­ti­vità di essere aiutato contro la fame.

La verità è che l’unica prospet­tiva da perse­guire è il graduale affran­ca­mento dei più giovani da questo ango­sciante e masto­don­tico “Schema Ponzi” del sistema previ­den­ziale a ripar­ti­zione.

Occorre una seces­sione dall’Inps!

scri­veva il mio amico Pier­ca­millo Fala­sca nel novem­bre del 2014.

Niente di più attuale mentre altrove si dibatte su quota 100 e la Elsa Fornero viene insul­tata con epiteti irri­pe­ti­bili da sciami di canni­bali che non vedono l’ora di mangiare il futuro delle pros­sime gene­ra­zioni senza un minimo strac­cio di auto critica su ciò che hanno permesso nei decenni passati.

Ma cerco di guar­dare avanti e la stessa Fornero in una recen­tis­sima inter­vi­sta ha dichia­rato

…Nelle libe­ra­liz­za­zioni e priva­tiz­za­zioni dei sistemi previ­den­ziali dell’America Latina (citando natu­ral­mente il modello cileno, ndr) ci sono lezioni impor­tanti da trarre: la prima è che il sistema pensio­ni­stico migliore è quello misto, in parte pubblico a ripar­ti­zione e in parte privato, basato sulla capi­ta­liz­za­zione finan­zia­ria. Il mercato privato non copre tutti i rischi ed il pubblico può inter­ve­nire in una logica assi­cu­ra­tiva e non solo assi­sten­ziale. Questa è la filo­so­fia della più ampia e più effi­ciente coper­tura dei rischi: se sei contem­po­ra­nea­mente nella capi­ta­liz­za­zione privata e nella ripar­ti­zione pubblica, sei coperto meglio…”.

Dunque biso­gna consen­tire ai più giovani di desti­nare una quota della propria contri­bu­zione obbli­ga­to­ria alla previ­denza comple­men­tare, cioè a fondi pensione che davvero conser­vino e valo­riz­zino il teso­retto accu­mu­lato.

Si può così iniziare da una piccola quota, lasciando il grosso all’Inps e trovando con tagli di spesa le risorse fiscali neces­sa­rie per compen­sare i mancati introiti dell’istituto pubblico.

Ciò che non si può davvero fare è credere che il sistema attuale, già ampia­mente crepato, resti solido e stabile, senza sfal­darsi comple­ta­mente rischiando di non alimen­tare asse­gni pensio­ni­stici alle pros­sime gene­ra­zioni.

Senza una visione corag­giosa, ci trove­remo un giorno a parlare della SS Italia che si è andata a schian­tare contro l’Iceberg Pensioni lasciando nel mare dell’indifferenza della classe poli­tica milioni di vittime.

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Redazione
Siamo un gruppo di attivisti di +Europa, che intende partecipare al primo congresso del nuovo partito in programma il prossimo gennaio 2019, con tre obiettivi concreti: Superare le divisioni, aprire +E a nuove idee, fare un'Italia riformatrice, liberale e progressista

Il nostro documento programmatico

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  • 1

    Aprire +Europa a nuove idee

    Per un nuovo centro politico della società aperta e dell’Italia europea.

  • 2

    Superare le tre associazioni

    Per uno strumento di nuova o rinnovata partecipazione politica per tanti cittadini

  • 3

    Riformatrice, liberale e progressista

    Collaborando con altre forze politiche europee

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